"Storie di Clima" al Trento Film Festival


E’ stato presentato in anteprima nazionale giovedì 27 agosto, al Teatro Capovolto di Trento, nell’ambito del Trento Film Festival, il libro "STORIE DI CLIMA - Testimonianze dal mondo sugli impatti dei cambiamenti climatici”, scritto dal climatologo Roberto Barbiero insieme all’artista e fotografa Valentina Musmeci e la cui prefazione è stata curata dal meteorologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli. Alla serata, svoltasi di fronte ad una platea gremita, tanto da mandare in sold out l’evento già da diverso tempo prima e a cui abbiamo partecipato, erano presenti gli autori e la giornalista Elisa Dossi, che ha intervistato gli stessi moderando un breve dibattito, inframmezzato dalla proiezione di alcuni video che hanno illustrato qualche breve frammento delle tante testimonianze raccolte all’interno del libro. “Storie di clima” racconta infatti di come i cambiamenti climatici stiano producendo impatti sempre più devastanti sulla vita delle comunità umane, animali e vegetali della Terra attraverso le storie di persone di diverse parti del Pianeta la cui vita è stata letteralmente sconvolta dal riscaldamento globale.

“Non si può più far finta di nulla, perché i segni premonitori di un’imminente catastrofe si manifestano purtroppo ormai di continuo intorno a noi”. Così ha aperto il suo intervento Luca Mercalli, il primo a prendere parola nel dibattito. “Solo una manciata di giorni fa a Bagdad si sono toccati i 51,8 °C di temperatura; siamo al limite della sopravvivenza. E’ fin troppo evidente che, se questa diventasse una condizione stabile, certi luoghi del Pianeta diventerebbero invivibili e le popolazioni che li abitano sarebbero costrette a migrare”. I numeri, a guardarli, sono effettivamente impressionanti: si è calcolato che entro il 2070 3,5 miliardi di persone, soprattutto provenienti dai paesi dal clima caldo umido come India e Golfo Persico, saranno costrette a migrare a causa del cambiamento del clima. Ma anche senza andare così ‘lontano’, basta osservare ciò che è accaduto, solo nel corso delle ultime settimane, in tante zone della nostra Penisola, flagellate da condizioni di maltempo estremo, la cui origine è da ricondursi proprio al cambiamento del clima. Ma perché allora questi segni non vengono colti o, ancor peggio, si sceglie di voltare la testa dall’altra parte?

“Spesso anche di fronte ad un pericolo evidente non si reagisce di conseguenza e i paradossi a cui la attuale situazione di emergenza sanitaria ci sta ponendo di fronte ne sono testimonianza; figuriamoci di fronte ad un qualcosa che, per quanto forte, si manifesta a macchia di leopardo, in maniera discontinua sul nostro Pianeta. La verità è che purtroppo spesso, finchè non abbiamo il ‘morto in casa’, non corriamo ai ripari, perché la paura delle rinunce ha – ahimè - ben più presa dei benefici che con certe azioni si potrebbero ottenere”. Così Mercalli, di fronte alla domanda sollevata dalla giornalista. Eppure il cambiamento climatico è un problema globale, che tocca tutti noi e che tutti noi dobbiamo affrontare insieme, come specie, una battaglia in cui “o vinciamo tutti o perdiamo tutti”. Purtroppo l’aumento della temperatura terrestre non è un processo reversibile, ma, agendo insieme, possiamo quantomeno cercare di contenerlo limitandone gli effetti, in primis il conseguente aumento del livello dei mari che significherebbe, nel giro di meno di un secolo, la scomparsa di una consistente fetta di terre emerse. Ci rimangono solo una manciata di anni per poter intervenire.

Concetto ribadito anche da Roberto Barbiero, autore del libro, climatologo e divulgatore scientifico, che ha introdotto il suo intervento sottolineando come, nonostante la comunità internazionale abbia per la prima volta preso realmente coscienza del problema climatico con l’Accordo di Parigi del 2015, a cinque anni di distanza i passi fatti siano stati assolutamente troppo lenti, sia in termini di politica internazionale, che di inerzia della comunità.

Barbiero ha poi sottolineato, fornendo una visione piuttosto inedita ed estremamente interessante del problema, come le prime vittime del cambiamento climatico siano spesso le donne. A tal riguardo, ripercorrendo alcuni passaggi di “Storie di clima”, ha citato alcune delle tante storie raccontate nel libro. In Uganda, ad esempio, sono tradizionalmente le donne ad andare ad attingere l’acqua al pozzo per rifornire la famiglia e la comunità; la crescente siccità ha tuttavia indotto il prosciugamento di molti pozzi della zona, costringendo le ragazze a percorrere molta più strada e dunque impiegare molto più tempo per compiere questa attività, tempo che dunque non possono più impiegare per studiare, divenendo così molto più vulnerabili. Ma non è questo certo un caso isolato: le donne marocchine, ad esempio, costrette dal clima e dalle condizioni economiche a migrare per il lavoro stagionale di raccolta delle fragole in condizioni di semi-schiavitù, diventano purtroppo spesso vittime di violenze, venendo poi ripudiate dalle loro stesse famiglie.

“Storie di clima” non racconta tuttavia solo di drammi, ma anche di ingegnose soluzioni e di tanti leader, molti dei quali sono proprio donne, che in tutto il mondo, sull’esempio di Greta Thunberg, hanno dato via a movimenti ed associazioni che ogni giorno si battono per trovarle.

Altre testimonianze, raccolte nel libro e supportate nel dibattito da una serie di filmati video ed interviste raccolte in diverse parti della Terra, sono state illustrate da Valentina Musmeci.

Come quella di un allevatore di renne Sami, popolazione nativa del nord della Scandinavia, che ha raccontato come l’aumento delle temperature abbia provocato, alle loro latitudini, una progressiva trasformazione delle nevicate in piogge. L’acqua, depositandosi al suolo ed andando incontro ad una serie di processi di gelo e disgelo, forma uno strato di ghiaccio compatto sulla superficie che rende impossibile per le renne, che si nutrono di licheni che trovano scavando in profondità nel manto nevoso, approvvigionarsi della loro fonte di sostentamento. La vita e l’economia delle popolazioni Sami, che sull’allevamento di questi animali fondano la propria sussistenza, vengono così messe seriamente a repentaglio.

In un successivo contributo, un altro attivista Sami ha denunciato come la regolamentazione della pesca ai salmoni e l’imposizione di licenze da parte dei governi di Svezia e Finlandia stia seriamente minacciando i metodi di pesca e dunque la sussistenza delle popolazioni native. Questo rappresenta, secondo l’attivista, un esempio di come il cambiamento climatico - nella fattispecie tradotto nella apparente volontà da parte dei due governi di salvaguardare la biodiversità autoctona del salmone atlantico dall’arrivo di quello pacifico – possa talvolta venire strumentalizzato per nascondere obiettivi meno nobili, come quello di disconnettere la popolazione Sami dalla sua terra e cancellare le sue tradizioni, al fine di mettere mano sulle risorse del territorio.

Queste sono solo alcune delle tante testimonianze raccontate in “Storie di clima” e se è vero, come sottolineato da Mercalli e condiviso dagli autori, che ogni forma di comunicazione sul cambiamento climatico è estremamente importante, nulla come il racconto di storie di vita reali ed attuali, provenienti da così tanti luoghi diversi del Pianeta, può risultare particolarmente efficace.

La piacevole e interessante serata si è chiusa con un’ultima – e forse la più importante - domanda da parte di Elisa Dossi, che ha probabilmente raccolto il pensiero di molti dei presenti: siamo ancora in tempo per fermare tutto questo? “Molti processi, come la riduzione dei ghiacciai o la perdita della barriera corallina, sono prossimi ad una fase irreversibile - ha chiosato Barbiero - ma abbiamo ancora la possibilità di rallentarli”.

E’ così. Abbiamo tutti una grande opportunità. E un treno che non possiamo perdere.

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