• Susanna Di Lernia

Come comunicare il Climate Change?


Oggi comunicare rappresenta una grossa responsabilità. Ne abbiamo parlato con Sergio Vazzoler, esperto di comunicazione ambientale, durante l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri di formazione online dal titolo "Il cambiamento climatico tra scienza, tecnica, diritto e pandemia”, promosso dall’associazione Systasis - Centro Studi per la prevenzione e la gestione dei conflitti ambientali. L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che per superare una crisi, sono indispensabili azioni radicali ma, soprattutto, che ne siamo capaci. Sorge allora spontaneo interrogarsi sulle motivazioni per cui queste azioni, nonostante anche quella climatica sia una vera e propria emergenza, a oggi, non siano ancora state intraprese.

Mettendo a confronto la percezione comune delle due emergenze, la prima grande differenza a risaltare è il fattore distanza. La distanza temporale, in primis, ma anche quella geografica e sociale. La pandemia è riconosciuta da tutti come un pericolo imminente che ci riguarda in prima persona, non così la crisi climatica. Certo, anche la scelta delle immagini utilizzate fino a oggi per la sua narrazione (presente il povero orso polare su una minuscola piattaforma di ghiaccio?) ha alquanto influito nel renderla distante da noi. In poche parole, la crisi climatica, pur generando preoccupazione, da un punto di vista mediatico, non riceve ancora l’attenzione che meriterebbe e che si orienta invece di volta in volta verso altre crisi percepite come più urgenti: la crisi economica, il terrorismo, i flussi migratori, e ora la pandemia e la crisi sanitaria. Crisi climatica: perché è così complicato percepirne l’urgenza? Sono principalmente tre i fattori influenzanti.


Alla base, l’abbondanza di risorse con cui abbiamo vissuto fino a ora rende faticoso percepirne la progressiva limitatezza. E, anche qualora se ne sia maturata una consapevolezza, c’è una comune tendenza a sviluppare una certa frustrazione, un senso di inutilità, di fronte a una problematica così complessa e che richiede necessariamente interventi strutturali e coordinati a livello globale (chi non si è mai chiesto: ”Cosa posso mai fare io da solo?”). Infine, la consapevolezza da sola non è sufficiente: il nostro modo di agire, infatti, non è condizionato esclusivamente dalla razionalità, bensì anche da problemi contingenti, emozioni, desideri e fattori ansiogeni e si scontra inevitabilmente con il nostro istintivo orientamento al piacere. Da un punto di vista comunicativo, il cambiamento climatico non può essere quindi letto e restituito esclusivamente come una questione scientifica, perché coinvolge la produzione, il consumo, i desideri e le conflittualità dell’uomo.

Se banalmente, analizzandone le conseguenze, focalizzassimo l’attenzione verso il danno economico, per dirne una, questo potrebbe aiutare a farne percepire l’urgenza. Rimanendo su questo esempio, l’Italia dal 1998 al 2018 ha speso, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all'anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi per ''riparare'' i danni del dissesto, secondo dati CNR e Protezione Civile. Il rapporto tra prevenzione e riparazione è insomma di uno a quattro.

(Fonte: Il clima è già cambiato, 2019)

Non di meno, andrebbe ricordato che le stesse pandemie sono uno degli effetti del cambiamento climatico e che quindi è implicato anche il tema della sicurezza. Si pensi a quanto i cambiamenti climatici abbiano impattato, ad esempio, sulle precondizioni del conflitto Siriano.

Negli ultimi anni, grazie anche alla mobilitazione giovanile guidata da Greta Thunberg, la consapevolezza del problema è effettivamente aumentata: secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile 2020 condotto da LifeGate in collaborazione con Eumetra MR su un campione di ottocento individui rappresentativi della popolazione maggiorenne, per 36 milioni di italiani, la sostenibilità è ora una priorità e per la prima volta gli appassionati (38%) superano gli interessati (34%). Come già detto, però, la consapevolezza da sola non basta; servono le azioni. Quali sono le parole chiave per comunicare la crisi climatica?

Qual è il ruolo del comunicatore, che assume sempre maggiore importanza, e che cosa deve necessariamente tenere a mente per veicolare al meglio una corretta informazione scientifica?

1- #CONSAPEVOLEZZA I comunicatori devono, da una parte, appropriarsi con professionalità della materia e darle centralità, dall’altra, accompagnare la scienza nel tradurre e semplificare informazioni e risultati, superando quel linguaggio da “addetti ai lavori” che ostacola il processo divulgativo. A tal proposito, citiamo nuovamente (ne avevamo parlato qui), come esempio di “buone pratiche”, il caso de il The Guardian che a ottobre 2019 ha aggiornato i termini ambientali della propria style guide (Guardian Climate Pledge 2019). L’Italia è uno dei paesi in cui le piccole e medie imprese più sottovalutano l’incidenza dei rischi legati all’emergenza climatica; sarebbe invece importante riuscire a raggiungere proprio chi è più esposto al deficit di consapevolezza, perché questo può fare la differenza nel mettere, o meno, un’attività al riparo da un fallimento (ricorrendo ad un prodotto assicurativo ad hoc, per dirne una). La consapevolezza passa anche dalle soluzioni, non solo dall’enunciazione dei problemi; prendiamo atto del fatto che una comunicazione tutta giocata in negativo non ha portato i frutti sperati, anzi.

2- #VICINANZA Seguendo l’esempio de il The Guardian, ai discorsi generalisti ed astratti sono da preferirsi i messaggi concreti, le testimonianze dirette; al linguaggio tecnico scientifico, un racconto empatico. Il grado di incertezza deve essere gestito con trasparenza, le immagini di allarmi planetari devono essere sostituite con rappresentazioni più mirate, locali, vicine al vissuto dei nostri interlocutori.

3- #FACILITAZIONE Non esiste una soluzione univoca per comunicare il cambiamento climatico, ma di certo sono da incoraggiarsi comportamenti insieme individuali e collettivi in modo da mettere in relazione l’impegno del singolo e la cornice politica e sociale in cui avviene. È necessario tornare al significato originale del termine comunicazione, ossia quello di “mettere in comune” e non semplicemente di “informare”, promuovendo azioni collettive e stimolando un’alleanza tra imprese, reti sociali, mondo religioso ed esperienze cognitive in grado di trovare chiavi nuove e originali. 4- #IMMAGINAZIONE È questa la parola chiave finale, imprescindibile per superare i limiti che la comunicazione ha mostrato fino a oggi. Riprendendo le parole di Amitav Ghosh, autore de “La Grande Cecità”, “noi, intellettuali, scrittori, artisti, ci stiamo dimostrando incapaci di riflettere sul cambiamento del clima. L’ironia è che questa è un’epoca di intellettuali e scrittori impegnati, engagés su ogni tipo di questione e in particolare questioni di identità, genere, razza, nazionalità, o delle diseguaglianze. Eppure la crisi ambientale, benché sia di gran lunga il pericolo più grande per l’umanità, resta al margine. È bizzarro che il grande cambiamento intorno a noi non entri a far parte della nostra consapevolezza”. Insomma, acquistiamo la consapevolezza che siamo tutti, dai decisori politici agli scienziati e studiosi, dai comunicatori ai singoli cittadini, parte della soluzione a questo enorme problema e che dobbiamo lavorare insieme per costruire una nuova etica condivisa e promuovere azioni collettive, perchè, come già ripetuto più volte, l’ambiente non ragiona in termini di emissioni di CO2 pro capite.

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