• Susanna Di Lernia

Il clima è cambiato: cambiamo anche noi!

Attualmente oltre il 50% della popolazione mondiale vive in un centro urbano e, secondo le Nazioni Unite, nel 2050 l’urbanizzazione mondiale vedrà una crescita di 2,5 miliardi di persone: due terzi della popolazione, ossia più di 6 miliardi di esseri umani, abiteranno nei centri urbani.

(Fonte: UN 2018 Revision of World Urbanization Prospects)


Sono proprio le città ad essere più a rischio rispetto all’emergenza climatica in atto.


Secondo l’ultimo rapporto sui danni climatici nelle città dell’Osservatorio di Legambiente, emerge che dal 2010 ad oggi, sono 563 gli eventi registrati sulla mappa del rischio climatico, con 350 Comuni in cui sono avvenuti impatti rilevanti.

Nel 2018, il nostro paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati, un bilancio di molto superiore alla media calcolata negli ultimi cinque anni.

Dal 2014 al 2018 le sole inondazioni hanno provocato in Italia la morte di 68 persone.

Aumentano anche gli impatti del caldo in città; in particolare sono le ondate di calore il principale fattore di rischio con rilevanti conseguenze sulla salute delle persone. Uno studio epidemiologico realizzato su 21 città italiane ha evidenziato l'incremento percentuale della mortalità giornaliera associata alle ondate di calore con 23.880 morti tra il 2005 e il 2016.

L'accesso all'acqua è un altro tema rilevante che, in una prospettiva di lunghi periodi di siccità, rischia di diventare sempre più difficile da garantire, così come lo è l'innalzamento del livello dei mari; la cronaca lo ha purtroppo recentemente riportato alla luce.


Partiamo analizzando i costi, essendo argomento, questo, che sollecita generalmente l’attenzione delle amministrazioni: l'Italia dal 1998 al 2018 ha speso, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all'anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi per ''riparare'' i danni del dissesto, secondo dati CNR e Protezione Civile.

Il rapporto tra prevenzione e riparazione è insomma di uno a quattro.

(Fonte: Il clima è già cambiato, 2019)


Quando, dunque, ci chiediamo se NOI possiamo fare qualcosa rispetto all’emergenza climatica, diciamo che iniziando a pretendere, in quanto cittadini, una buona gestione del territorio, faremmo già un balzo in avanti rispetto all’attuale situazione.


Ma il nostro ruolo può (e deve) essere ancora più centrale.


Si parla spesso, ad esempio, di piccoli gesti quotidiani che contribuirebbero a ridurre la nostra impronta di carbonio (carbon print). È davvero così?

E, soprattutto, in quale misura?


Secondo una ricerca del 2017 della Lund University (Svezia) e pubblicata su Environmental Research Letters, rinunciando all’automobile risparmieremmo 2,4 tonnellate di CO2 all’anno a testa.

Volare produce 285 grammi di CO2 per passeggero (una media di 88 persone a volo) per ogni chilometro percorso.

Rinunciare a un volo intercontinentale vorrebbe dire quindi risparmiare 1,6 tonnellate di anidride carbonica.


Solo cambiando le nostre abitudini alimentari (dato importantissimo emerso dall’ultimo rapporto speciale IPCC dedicato a cambiamenti climatici e territorio), con un consumo maggiore di vegetali e frutti e una riduzione del consumo di carne, in particolare carne rossa, e di latticini ai livelli definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e alla scelta di prodotti a chilometro zero possiamo fare non molto, ma moltissimo, per contenere i cambiamenti climatici e migliorare le nostre condizioni di salute.

Agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo sono responsabili infatti di ben il 23% delle emissioni totali, cifra che arriva addirittura al 37% se si includono i processi di trattamento dei prodotti alimentari e lo smaltimento dei rifiuti.

Si rileva inoltre che ben il 40% di questi prodotti vengono buttati senza essere consumati, rendendo così inutili le emissioni di gas serra generate per produrli.

Non dimentichiamo mai che, in fondo, come il passato ci insegna, sono i consumatori e non i produttori a dettare le leggi del mercato.

(Fonte: Climate Change and Land, IPCC 2019)


È stato poi calcolato che una partita di calcio emette 820 tonnellate di CO2, in pratica un quinto di quanto emette uno shuttle in partenza.

Basti pensare all’uso della corrente elettrica impiegata in uno stadio durante un incontro di calcio piuttosto che ai trasporti che sono utilizzati per permettere ai tifosi di assistere alla partita.

Anche una mail produce anidride carbonica. Secondo un’indagine della Ademe (l’agenzia francese per l’ambiente e il controllo energetico), un impiegato produce, in media, oltre 13 tonnellate di anidride carbonica all’anno. Solo una mail, ricevuta o inviata, ne produce 19 grammi (il calcolo viene effettuato prendendo in considerazione l’elettricità consumata da un pc e i server utilizzati durante il processo di invio e archiviazione).

Naturalmente, non è ragionevole pensare di tornare ai vecchi mezzi di comunicazione, o di trasporto; non può certo essere questa la soluzione, ma essere consapevoli di quanto i nostri comportamenti incidono sulla salute del pianeta può aiutarci ad evitare, quantomeno, tutto ciò che è superfluo…


Prendiamo un altro esempio concreto che ci riguarda tutti da vicino.

Secondo i dati della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, l’industria tessile, in particolare la Fast Fashion, si trova al secondo posto, dopo l’industria petrolifera, nella classifica delle industrie più inquinanti.

Con Fast Fashion si intende un settore dell’abbigliamento che realizza abiti di bassa qualità a prezzi super ridotti e che lancia nuove collezioni continuamente e in tempi brevissimi.


Alcuni dati sconcertanti che la riguardano:


Causa il 20% dello spreco globale di acqua

Provoca il 10% di emissioni di anidride carbonica

Responsabile per il 24% dell’uso di insetticidi

Colpevole per l’11% dell’uso di pesticidi


A completare il quadro, come riporta una ricerca condotta da McKinsey & Co. e divulgata da Greenpeace:

L’85% dei vestiti finisce in discarica

Solo l’1% dei capi viene riciclato o rigenerato

Dal 2000 il consumatore medio acquista il 60% in più


Di nuovo, domanda: NOI cosa possiamo farci?

E di nuovo, risposta: moltissimo.


La differenza la fanno, come sempre, i piccoli gesti se quotidiani e se collettivi.

Compriamo di meno, facciamo attenzione alle etichette e optiamo per avere meno capi ma di qualità.

Buttiamo con minore frequenza e proviamo a dare nuova vita a quegli indumenti che consideriamo inutili. La nostra azione potrebbe servire da esempio a qualcun altro e così via.

Esistono dei comportamenti individuali che fanno bene all’ambiente ma se restano individuali, chiaramente, non risolvono il problema.

Al pari di quanto affermato in merito all’industria alimentare, ripetiamoci un’altra volta che, se ci muoviamo tutti nella stessa direzione, siamo noi consumatori a dettare le leggi del mercato.


Vorrei concludere citando un altro esempio di “buone pratiche” (che coinvolgono la popolazione e non riguardano esclusivamente i decisori politici), che arriva dal Regno Unito, dove l’argomento meteo proverbialmente regna sovrano.

Mentre in Italia, purtroppo, l’approssimazione scientifica nella comunicazione sta dilagando a livelli a dir poco allarmanti, il The Guardian ha recentemente (ottobre 2019) aggiornato i termini ambientali della propria style guide.


Così, “emergenza climatica” ha preso il posto di “cambiamento”, e il termine inglese heating quello di warming per parlare di riscaldamento globale in modo più intenso e incisivo.

Katharine Viner, caporedattrice del quotidiano, ha dichiarato di non voler andare per il sottile quando si parla e si scrive di un fenomeno che rappresenta una catastrofe attuale per l’umanità e non un impercettibile cambio di rotta verso un opinabile e lontanissimo dramma.

Nel nuovo lessico ambientale del Guardian non c’è più posto per gli “scettici” di alcunché, tantomeno per quelli dell’emergenza climatica: chi la mette in discussione è un “negazionista delle scienze del clima”. “Fauna selvatica” ha preso il posto del più vago “biodiversità”, “popolazione ittica” quello di “riserva”: ed ecco i pesci non sono più scorte alimentari ma abitanti a tutti gli effetti di un ecosistema in pericolo.

Anche la scelta delle immagini è passata sotto un’attenta revisione, dopo la quale sono state individuate e definite sette principali linee guida.

La prima suggerisce di mostrare “persone reali” e autentiche, non scatti rituali e in posa di politici o persone famose che, per esempio, piantano degli alberi; dice poi di non usare le solite immagini familiari o classiche, come foto di ciminiere, deforestazioni e orsi polari, ma di pubblicare immagini più stimolanti che riescano a raccontare anche parti della storia meno conosciute e ampliare così le conoscenze di chi legge. Si richiede infine di mostrare le cause dei cambiamenti climatici che dipendono dalla quotidianità di ciascuna persona su una scala più ampia.

Le persone faticano a comprendere i legami tra emergenza climatica e vita quotidiana e le “cause” individuali (come il consumo di carne) tendono o a non essere riconosciute o, se lo sono, a provocare reazioni difensive.

Se si comunicano i collegamenti tra comportamenti quotidiani “problematici” e crisi climatica, è meglio dunque mostrare questi comportamenti su larga scala: scegliendo per esempio l’immagine di un’autostrada piena di macchine, piuttosto che un singolo conducente.

Gli impatti della crisi climatica sono emotivamente potenti: l’immagine di un’inondazione colpisce l’immaginario, ma può essere così travolgente da portare a una sorta di immobilismo: associare le immagini degli impatti climatici con un comportamento concreto che le persone possono praticare può aiutare a superare questa impasse.

(Fonte: editoriale di Katharine Viner)



Per chiudere, dobbiamo iniziare a metterci nell’ottica che anche NOI siamo parte della soluzione a questo enorme problema.

Dobbiamo costruire una nuova etica condivisa, dove per etica si intende quella branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale. Ebbene, disponiamo oggi di un'etica condivisa per lo sviluppo sostenibile? Purtroppo no.

Allora lavoriamo per costruirla questa etica, basata sul concetto di giustizia tra generazioni, perché lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione attuale di soddisfare i propri bisogni senza pregiudicare il fatto che le future generazioni facciano altrettanto.

Servono azioni collettive anche perché l’ambiente non ragiona in termini di emissioni di CO2 pro capite.

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