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Le montagne tra cambiamenti lenti e continui, o rapidi e bruschi

Immagine del redattore: Antonello Pasini
Antonello Pasini
4 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

di Antonello Pasini

Fisico del clima, CNR

Direttore scientifico di Fondazione Osservatorio Meteorologico Milano Duomo


I ghiacciai montani di tutto il mondo si stanno ritirando ed è un dato di fatto che questo ritiro stia accelerando negli ultimi decenni. È vero che forse si risente ancora della “onda lunga” dell’uscita dall’ultima glaciazione, ma ciò non spiega l’aumentato trend di fusione attuale. Le analisi scientifiche di cui disponiamo ormai in abbondanza mostrano che in questo fenomeno c’è lo zampino del riscaldamento globale recente di origine antropica.

Del resto, è facilmente comprensibile come un aumento medio di temperatura dell’aria, accompagnato da una maggiore presenza di ondate di calore, insieme a un innalzamento dello zero termico e della quota neve che lascia una parte dei ghiacciai senza copertura nevosa – cioè “nudi” sotto l’influsso della radiazione solare – siano tutti elementi che contribuiscono alla loro fusione.



In questo articolo, allora, vorrei analizzare brevemente la risposta dei ghiacciai a questi influssi, sia per l’importanza che questa ha per la morfologia delle nostre montagne, per gli ecosistemi montani e per noi umani che magari viviamo sui versanti o nelle valli, sia perché la risposta dei ghiacciai ci può insegnare qualcosa di più generale su come funziona il sistema clima.

Di solito, la natura ha una dinamica più lenta di quella umana. Infatti, pur con tutti i condizionamenti economici e sociali, noi – avendo il libero arbitrio – possiamo agire piuttosto rapidamente e realizzare abbastanza in fretta quanto ci siamo messi in testa di fare.

La natura non ha queste possibilità, perché (in una visione antropocentrica) è vincolata a seguire quelle che noi chiamiamo “leggi fisiche”. Ecco, quindi, che “rimane indietro” nella risposta alle nostre azioni rapide.


Per esempio, i ghiacciai alpini stanno ancora rispondendo lentamente ai nostri influssi degli ultimi decenni che si sono manifestati nel riscaldamento della bassa atmosfera e, di fatto, non sono in equilibrio con la temperatura media che oggi riscontriamo sulle Alpi. Per essere in equilibrio di ghiaccio ce ne dovrebbe essere di meno. Pertanto, anche se la temperatura sulle Alpi non dovesse crescere più, ecco che questi ghiacciai perderebbero ancora circa il 30% di superficie e di volume entro fine secolo, proprio per raggiungere questo equilibrio.


Si veda la figura, tratta dal mio ultimo libro, dove in ognuno dei due grafici la linea più in alto riguarda la perdita di ghiaccio nell’ipotesi (per altro del tutto irrealistica) che la temperatura sulle Alpi non cambi più, mentre le linee più in basso rappresentano questa perdita in tre scenari climatici futuri con diversi aumenti di temperatura.



Attenzione, perché questo comportamento dei ghiacciai, lento rispetto alle nostre azioni, è un esempio di inerzia del sistema clima.

Se i ghiacci continuano a fondersi anche quando smettiamo di far crescere direttamente la temperatura, vuol dire che le superfici bianche continuano a scomparire, lasciando sotto di sé superfici scure che assorbono una parte della radiazione solare incidente – che prima veniva riflessa indietro quasi completamente dai ghiacci – e quindi si riscaldano e riscaldano ancora l’atmosfera sovrastante. Non saremmo più noi a riscaldarla direttamente, ma sarebbe un influsso più “naturale”, in realtà un feedback che noi abbiamo innescato, a farlo indirettamente.


È facile capire che questa proprietà di inerzia del sistema clima complica le cose anche per le nostre azioni di contrasto alla crisi climatica, perché queste ultime vanno intraprese in fretta, in quanto i risultati efficaci si vedranno solo dopo qualche decennio.

Ma torniamo alle nostre montagne. Abbiamo detto della loro dinamica lenta rispetto a quella umana, ma negli ultimi anni abbiamo assistito anche a dinamiche più rapide, addirittura brusche come il distacco della Marmolada nel 2022 e quello enorme del Nepal in questa estate 2026.


Come interpretarli? C’è un rapporto anche qui con il riscaldamento globale di origine antropica?


Ebbene, si tratta di analizzare i rapporti causa-effetto. Molti non capiscono se ci possano essere rapporti causali tra cambiamento climatico e alcuni eventi disastrosi, semplicemente perché, data una causa, siamo abituati a vedere effetti immediati. È facile comprendere, per esempio, come una quantità eccessiva di pioggia, anche caduta in tempi abbastanza brevi, possa creare immediatamente un’alluvione lampo o una frana superficiale su terreni predisposti a questi fenomeni.


Invece, per altri fenomeni il rapporto causa-effetto tra il cambiamento climatico e certi disastri è di tipo diverso, cumulativo. Ci sono risposte brusche a cause cumulate. In questi casi non si può stabilire una causa diretta, momentanea e istantanea: è un po’ come per i terremoti o per le frane profonde. In genere, c’è una sequenza di eventi che alla lunga crea un distacco profondo. E nel caso del Nepal, per esempio, c’è stato, eccome, un accumulo di eventi climatici: dalle ondate di caldo estremo, al ritiro dei ghiacciai, alla fusione del permafrost fra le rocce.

Sono tutte cause che, cumulate, fanno superare la soglia per il distacco e provocano quello che è successo.

Più studiamo la dinamica dei ghiacciai e delle montagne, più scopriamo che questi eventi bruschi possono accadere e comprendiamo anche perché. Per esempio, l’acqua di fusione superficiale dei ghiacciai spesso penetra in profondità e va a “lubrificare” l’area di confine tra ghiaccio e roccia sottostante, fino al raggiungimento di un punto di soglia in cui una parte del ghiaccio “scivola” violentemente a valle. Anche la roccia nuda, che conserva ancora permafrost fra le rocce (un “collante” naturale per le stesse), nel momento in cui quest’ultimo si deghiaccia, perde stabilità e può crollare a valle.


I ghiacciai sono giganti fragili e anche quelli del nostro arco alpino mostrano certe fragilità.

Certo, rispetto al Nepal la scala è diversa, sicuramente più piccola; ma questo non deve confortarci, perché le configurazioni molto ripide dei versanti alpini e quelle molto strette delle valli possono creare parecchi problemi anche a noi. La situazione va monitorata attentamente con strumentazione adeguata, perché anche sotto il ghiaccio possono formarsi, talvolta invisibili all’occhio umano, configurazioni pericolose in strati più o meno profondi, come per esempio la formazione di laghi subglaciali che, in certe condizioni, possono defluire violentemente a valle.


In breve, gli occhiali della scienza ci mostrano che i nostri ghiacciai hanno solitamente una dinamica che possiamo considerare lenta rispetto a quella umana, ma mostrano anche eventi rapidi e bruschi in seguito a una serie di cause cumulate. Lo stesso vale per il sistema clima, che finora ha risposto in maniera quasi lineare alle nostre azioni, ma che potrebbe bruscamente cambiare il suo comportamento al superamento di una certa soglia di temperatura. Dobbiamo fare molta attenzione e agire in fretta contro la crisi climatica, prima che si inneschi un cambiamento brusco e devastante!

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