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La complessità del clima e le azioni da intraprendere

  • Immagine del redattore: Antonello Pasini
    Antonello Pasini
  • 8 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

di Antonello Pasini

Fisico del clima, CNR

Direttore scientifico di Fondazione Osservatorio Meteorologico Milano Duomo


Quando dobbiamo agire per risolvere un problema, prima compiamo sempre un’attività di previsione: ci occorre infatti prevedere gli effetti delle nostre eventuali azioni, per capire se queste ultime possono portare a una soluzione effettiva del problema, o se invece incidono poco su di esso, oppure se addirittura rischiano di condurre a un aggravamento della situazione.


Ovviamente, per questa attività di previsione bisogna avere una base di conoscenze che ci consenta di decidere cosa fare con una certa sicurezza: una base magari puramente statistica – derivata semplicemente dalle regolarità trovate nell’esperienza passata – oppure dinamica, cioè fornita da una descrizione scientifica e formale di come funziona il fenomeno a cui siamo interessati. Anche se abbiamo questa base, è chiaro però che la difficoltà della previsione dipende dalla natura del problema.


E qui viene il vero nodo della questione: il nostro cervello si è evoluto nel tempo per risolvere problemi semplici, in cui a un’azione corrisponde un determinato effetto immediato e circoscritto. Ora invece viviamo in un mondo complesso, globalizzato e interconnesso, in cui le nostre azioni non producono un singolo effetto, ma si creano catene causa-effetto in cui l’ultimo effetto/anello della catena, magari non subito ma in maniera ritardata, va ad agire (si ritorce) su di noi che abbiamo compiuto l’azione da cui tutto era partito.


Oggi viviamo immersi in sistemi complessi che funzionano così: l’economia globalizzata, la salute globale (umana ed ecosistemica), il web, i social, ecc. Ma il prototipo di un sistema complesso, che tra l’altro interessa particolarmente chi legge questa rubrica, è il clima. Nel sistema clima ritroviamo tutte queste caratteristiche: complesse reti di interazioni (si veda la figura del numero precedente di questa rubrica), un’effettiva globalizzazione, un’inerzia nel rispondere a nostre azioni correttive, l’esistenza di soglie superate le quali il sistema si può mettere su un equilibrio completamente diverso dal quale difficilmente si torna indietro.



In questo ambito, è chiaro che solo gli occhiali della scienza ci possono permettere di avere una chiara percezione di cosa stia accadendo al clima e di effettuare corrette previsioni degli effetti delle nostre azioni. Fondare le nostre decisioni sulla scienza è assolutamente essenziale, perché il clima è stato, è e sarà in futuro alla base di tutto lo sviluppo della nostra civiltà.


Allora, cosa ci dice la scienza del clima? Ci mostra come il riscaldamento globale recente e il cambiamento climatico a esso associato sia assolutamente diverso da quelli avvenuti in passato, per estensione (i riscaldamenti occorsi negli ultimi 2000 anni erano regionali, questo di oggi è globale) e cause (ora l’impatto dell’uomo è dominante rispetto a variazioni naturali che nel lungo periodo hanno causato anche cambiamenti molto importanti come le glaciazioni). Così, se vogliamo fermare l’aumento di temperatura ed evitare gli impatti peggiori, dobbiamo agire su queste cause umane, diminuendone il valore (attività di mitigazione), per emissioni di CO2 e altri gas climalteranti, da combustioni fossili, deforestazione, agricoltura non sostenibile.


Ma la scienza indaga anche le caratteristiche di complessità del clima, come l’inerzia e l’esistenza di soglie. Oggi sappiamo che se agiamo subito per cambiare il clima i risultati delle nostre azioni li vedremo con un certo ritardo. Inoltre, se superiamo una certa temperatura critica, rischiamo che si inneschino fenomeni che possono portare la temperatura a impennarsi rapidamente, e allora il sistema clima si metterebbe su un equilibrio molto diverso, stravolgendo quello attuale. Se, per esempio, tutto il metano “confinato” nel permafrost – il terreno ghiacciato che c’è in Siberia e sotto l’Oceano artico – si de-ghiacciasse, la temperatura potrebbe aumentare anche di parecchi gradi.


Quest’ultima considerazione ha portato la comunità scientifica a stabilire l’obiettivo di rimanere almeno sotto la soglia di 2 °C rispetto all’epoca preindustriale per la temperatura media globale, facendo di tutto per cercare di limitare il riscaldamento a 1,5 °C. Ma sono le considerazioni sull’inerzia del clima che ci portano a capire nello specifico come agire.


Questa inerzia è dovuta sostanzialmente:

-       al lungo tempo di permanenza in atmosfera della CO2, che dunque vi si accumula;

-       alla grande inerzia termica degli oceani, che si riscaldano più lentamente delle terre emerse, ma altrettanto lentamente si raffreddano e facendolo rilasciano calore all’atmosfera;

-       allo squilibrio dei ghiacci sul pianeta, che rispondono lentamente al riscaldamento e continueranno a fondersi ancora per decenni anche se la temperatura non dovesse aumentare più, con conseguenze pure sull’innalzamento del livello del mare.


Oggi i nostri modelli climatici ci consentono di fare previsioni di scenari futuri (le cosiddette “proiezioni”) a seconda delle azioni che attueremo. In questo ambito, l’attenta considerazione di quegli elementi di complessità del clima che ho brevemente discusso ci può indicare come agire concretamente. Innanzi tutto, dobbiamo evitare il superamento di una soglia critica, ma poi dobbiamo considerare che, a causa dell’inerzia del clima, anche se agissimo prontamente con una riduzione drastica di emissioni, non torneremmo sicuramente indietro con la temperatura (possiamo solo stabilizzarla) e dunque gli impatti attuali del cambiamento climatico ce li terremo almeno come quelli di oggi.


Tutto ciò spinge a adottare azioni duplici, una per difendersi e adattarsi agli eventi estremi (ondate di calore, siccità, eventi di precipitazione violenta, ecc.) che già vediamo oggi e che ci saranno almeno con questa forza anche in futuro, e una per evitare di superare soglie pericolose o giungere comunque a scenari climatici molto peggiori, in cui questi eventi potrebbero divenire così devastanti da non consentire più di adattarci ad essi. Agire diversamente, come continuare a inseguire affannosamente e cercare di tamponare le emergenze attuali dovute a eventi estremi o altre manifestazioni climatiche, mettere la testa sotto la sabbia, posticipare le azioni di mitigazione, non farebbero altro che aggravare la crisi climatica di lungo periodo.


Tutto ciò può essere riassunto in una “parola d’ordine”, che dovremmo assolutamente adottare: gestire l’inevitabile (con l’adattamento), evitare l’ingestibile (con la mitigazione).


Ma come passare dalle parole ai fatti? Io credo che occorra utilizzare i dati scientifici che abbiamo a disposizione per attuare concretamente azioni di adattamento e mitigazione, ognuno sul proprio territorio. Faccio solo un esempio: le azioni sul verde pubblico in città, che sono azioni doppiamente vincenti (win-win), perché influiscono positivamente sia sulla mitigazione che sull’adattamento. Gli alberi infatti sono assorbitori di CO2, ma la loro presenza riduce anche i valori di temperatura, specie durante le ondate di calore, e il terreno verde permette l’assorbimento di piogge che stanno diventando sempre più intense e che su suoli asfaltati o cementificati invece scorrono in superficie, rendendo le strade dei “fiumi in piena” che travolgono qualsiasi cosa trovino sul proprio cammino.


E come fare per costruire un piano di verde pubblico efficace? Basandosi innanzi tutto sui dati di una rete di stazioni meteorologiche (come quella della nostra Fondazione a Milano), che permettano di valutare le diverse criticità termiche e di precipitazioni nelle varie zone di una città, per poi passare a scenari ad alta risoluzione per i prossimi decenni, che oggi cominciamo a possedere anche con l’aiuto di metodi di intelligenza artificiale che permettono di andare a scala molto piccola nelle proiezioni future. Se a questo aggiungiamo competenze botaniche e di mobilità, il gioco è fatto: potremo andare verso città più sicure, resilienti, vivibili e che contribuiscano anche alla mitigazione climatica.

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