L'estate non va in vacanza

22-Jun-2016

 

Al bar come in metropolitana, alle casse del supermercato come dal parrucchiere, al semaforo come sulle pagine dei social network, ovunque in questo periodo sembra che il tormentone più gettonato sia prepotentemente lo stesso: quest’anno di estate proprio non v’è traccia e, se continuiamo di questo passo, in agosto saremo probabilmente costretti ad allestire prematuramente albero e presepe. 

 

Certo il diffuso desiderio di sole, caldo e vacanze in questo periodo dell’anno è piuttosto comprensibile, specie dopo una primavera che, facendo invero esattamente il suo dovere, si è manifestata per una volta in tutta la sua tanto intrinseca quanto inaccettata variabilità, eppure forse, a scherzare con il fuoco (alla lettera), bisognerebbe andarci un po’ cauti. Sia mai che il vulcano Tambora o qualche altro magmatico gigante decida di giocarci un brutto scherzo e ricordarci che, se vuole, lui sì che è in grado di farci sperimentare cosa significhi veramente un anno senza estate, proprio come accadde esattamente 200 anni fa, nel 1816.

 

Nell’aprile del 1815 sull’isola di Sumbawa, in Indonesia, il vulcano Tambora, ebbe una violentissima eruzione. I primi segnali di attività, associati a fortissimi tuoni, allarmarono le truppe britanniche, da poco stanziate sull’isola dopo avervi scacciato gli olandesi. I boati non ebbero lunga durata, ma da lì a qualche giorno si verificarono esplosioni progressivamente più intense, che provocarono una diminuzione di 1300 m della quota dell’imponente vulcano, oggi alto “solo” 3800 metri. Secondo i vulcanologi si trattò di una delle eruzioni più potenti dalla fine dell’ultima Era Glaciale, oltre 20 mila anni fa. Più di 100 chilometri cubi di cenere, polveri e roccia, insieme a 400 milioni di tonnellate di gas, furono sprigionati dall’esplosione andando a formare in atmosfera una colonna di 44 km di altezza. Una parte di questi detriti, ricadendo al suolo, ricoprì di una coltre di 2 km di spessore i villaggi circostanti e diede addirittura vita a dei veri e propri isolotti di pomice galleggiante sulla superficie del mare. Una parte delle polveri più fini, tuttavia, restando intrappolata negli alti livelli dell’atmosfera, per qualche anno operò come un filtro, riducendo la quantità di luce solare che abitualmente raggiunge la superficie terrestre e provocando così il raffreddamento di quest’ultima. A riprova del detto che i guai non vengono mai da soli, il destino volle che tale evento occorresse proprio in concomitanza con uno dei periodi  di più bassa attività solare che la storia del nostro pianeta ricordi, noto con il nome di ‘minimo di Dalton’ e, come se non bastasse, nella coda della ‘piccola era glaciale’, una fase di generale raffreddamento del clima terrestre, che ebbe inizio nel Medioevo e terminò nel 1850.  

 

Fu nel 1816 che si manifestarono i maggiori effetti sul clima: la maggior parte dei raccolti andarono perduti, oltre trenta centimetri di neve coprirono il Quebec a giugno, molti laghi e fiumi del nord-est dell’America ghiacciarono durante l’estate; gelo e neve furono segnalati tra giugno e luglio anche nel New England e in Europa settentrionale, ma invero tutta la porzione centro-occidentale del Vecchio Continente e la Scandinavia evidenziarono temperature sensibilmente inferiori la norma.

 

Se dunque credete che piogge e temperature fresche di quest’ultimo periodo stiano mettendo a serio rischio le vostre vacanze estive, se  temete che quest’estate il venditore di cocco sulla spiaggia vi proporrà piuttosto castagne e vin brulè, consolatevi pensando che, se anche questa - invero alquanto apocalittica - prospettiva si dovesse concretizzare, in fatto di “estate rovinata”, meteorologicamente parlando, c’è a chi è andata molto, ma molto peggio, con conseguenze certo “spaventose”, ma non sempre in realtà nell’accezione più negativa del termine. Nell’estate del 1816 un gruppo di amici, poeti e scrittori romantici della letteratura inglese, si trovavano in villeggiatura in Svizzera, sul lago di Ginevra: tra questi vi erano Lord Byron, John William Polidori e Mary Shelley. Costretti a stare in casa a causa del freddo e delle incessanti piogge e nevicate, decisero un giorno di fare a gara a chi avrebbe scritto la storia di fantasmi e dell’orrore più bella e spaventosa. E fu così che dall’immaginazione della allora diciannovenne Mary Shelley nacque il mito di Frankenstein.

 

Qualora dunque il tempo vacanziero vi fosse ostile e vi costringesse a cercare qualche programma alternativo a quanto avevate pianificato, approfittatene per dare libero sfogo alla fantasia. Magari non passerete alla storia come Mary Shelley, ma di certo avrete qualche chance in più di salvaguardare la vostra vacanza che non inveendo contro Giove Pluvio, che, alle lamentele che gli si avanzano, solitamente ha il pessimo vizio di fare orecchie da mercante.

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