Mai dire Meteo

17-Aug-2016

 

L’esperienza di tanti anni, spesi a raccontare di meteorologia nelle scuole, insegna: non c’è miglior modo di far passare un concetto che quello di trasmettere nei propri ascoltatori la voglia di scoprirlo attraverso la propria curiosità e fantasia. Ecco perché, per una volta, invece di narrare di qualche fascinoso  fenomeno atmosferico o di qualcuna delle tante e spesso poco note applicazioni della moderna meteorologia, ho scelto di provare a ribaltare la prospettiva, sperimentando quelle che sono le percezioni, le idee, le aspettative e le certezze più o meno fondate che le persone comuni hanno nei confronti di questa attraente disciplina.

Vinta un po’ di iniziale reticenza e previo solenne e inviolabile giuramento sulla tutela delle loro identità, ho così sottoposto ad una breve intervista un campione di più o meno scettici volontari, scelti in un variegato range di età, estrazione sociale e professionale, conoscenza ed interesse per la materia.  

 

La prima domanda, proprio perché rappresenta anche una delle principali curiosità che le persone da sempre hanno nei confronti del nostro lavoro, è mirata ad indagare quella che, nel pensiero comune, possa essere l’attività di un meteorologo e lo svolgimento di sua giornata tipo. Inutile dire che nell’immaginario collettivo spopola l’idea che il meteorologo sia adibito, in maniera più o meno esclusiva, ad elaborare previsioni del tempo. Sul come possa poi in concreto realizzare questa sua sorta di sciagurata missione, la realtà  deve  spesso cedere il passo alla fantasia e, in alcuni casi, anche ad una buona dose di diffidenza. C’è chi di questi argomenti un po’ ha masticato, per studi, per passione, o semplicemente perché ha avuto la (s)fortuna  di condividere l’ufficio o la vita personale con chi di meteo quotidianamente tratta e che, messo di fronte al quesito, con quel pizzico di orgoglio di chi sa di non poter essere colto completamente in contropiede,  sostiene sicuro che l’emissione di una previsione passi attraverso una materia prima fatta di modelli matematici, si infarcisca di dati e osservazioni attuali e passati raccolti da stazioni meteorologiche e strumenti più sofisticati come radar e satelliti e si arricchisca dell’esperienza di  un previsore in carne ed ossa. Piccola variazione sul tema nel caso in cui l’intervistato possegga qualche capello bianco in più: cresciuto alla scuola del mitico Colonnello Bernacca, in genere preferisce continuare ad immaginare anche il moderno meteorologo tra anemometri vorticanti ed enormi rotoloni di carte isobariche piuttosto che di fronte ad un computer ad interpretare asettici e assai meno fascinosi algoritmi numerici. Non mancano tuttavia anche coloro che, sorridendo ma nemmeno troppo, affermano beffardi che il meteorologo è colui che al mattino è chiamato ad aprire le finestre per scrutare il cielo alla ricerca di qualche fantomatica intuizione da condividere con i meno esperti, per poi richiuderle e affrontare la sua giornata come tutti gli altri; così, senza farsi condizionare troppo del tempo.

 

Piuttosto curioso è invece il fatto che il pensiero unanime sull’attendibilità nel tempo di una previsione meteorologica non veda margini di realistici pronostici oltre i tre/quattro giorni, una settimana a esagerare per i più ottimisti. Curioso perché chi fa il nostro lavoro ben sa che le domande di amici, conoscenti, giornalisti e avventori di vario genere su come sarà il prossimo inverno o che tempo aspettarsi in una località di villeggiatura per le prossime tre settimane sono sempre in agguato. E guai a non avere la risposta pronta, ben inteso. La meteorologia, in certi casi, non ammette ignoranza.

 

1-1 e palla al centro per quanto riguarda invece le responsabilità nel caso di emissione di una previsione che in seguito si rivela errata. Una buona metà del campione degli intervistati, forse intimorito dallo sguardo minaccioso dell’intervistatrice, pare non avere dubbi sul fatto che la colpa sia unicamente attribuibile a fenomeni atmosferici repentini e del tutto imprevedibili o a dati iniziali non completamente corretti; come a dire, se gli ingredienti a disposizione non sono all’altezza, anche il migliore dei cuochi non sarà mai in grado di deliziare i palati con i suoi manicaretti. Non dello stesso avviso l’altra fazione degli intervistati, secondo cui la colpa è tutta del meteorologo, specie nel caso in cui si parli di previsioni dall’oggi al domani, per le quali la minima distanza temporale non lascia spazio ad altro se non ad una evidente forma di negligenza; che questo sia dovuto a reale convinzione o alla necessità inconscia dell’essere umano di identificare un capro espiatorio con cui rivalersi in ogni situazione della vita, non è dato di sapere. Anche perché, come qualcuno ha aggiunto, a volersela proprio prendere con i modelli, saremmo di fronte ad un classico caso di cane che si morde la coda, considerando che i modelli stessi, in ultima analisi, sono messi a punto da individui. Il ragionamento, in teoria, non fa una piega. Touchè.

 

Il clima si fa decisamente più disteso quando l’intervista prosegue su piani più soggettivi e chiacchierati con  la domanda su quale sia la propria stagione preferita e perché. A farla da padrone, come immaginabile, è la primavera, grazie – riporto alla lettera -  al suo clima frizzante, all’aumentato numero di ore di luce, alle sue frequenti piogge e ai primi temporali di stagione. Proprio così: la gente dichiara di amare la primavera pur bollandola, pressoché all’unanimità, come una delle stagioni più piovose dell’anno insieme all’autunno, verità peraltro inconfutabile. Nulla di male, per carità. Fosse altro che al  terzo giorno consecutivo di pioggia e temperature al di sotto dei 18°C nel mese di aprile, è buona norma di sopravvivenza per il meteorologo iniziare a prepararsi una convincente risposta – per quanto comunque non sarà a priori ritenuta attenuante - di fronte alle lamentele di chi avrà definitivamente sentenziato, senza voler sentir ragioni, che “quest’anno la primavera proprio non s’è vista”.

 

Praticamente impossibile raccontare i tantissimi aneddoti delle stagioni rimaste nella memoria delle persone per le loro caratteristiche “estreme”.  Certo, se si parla dell’estate torrida del 2003 o della storica nevicata del 1985, quasi tutti, bene o male, ne conservano almeno un personale e più o meno diretto ricordo. Ma dello scorrere del tempo meteorologico, in generale, la memoria a lungo termine rimasta legata ad un’esperienza di vita vissuta può superare anche di gran lunga quella assai più recente. Ecco che quindi, se da una parte si fatica a ricordare quale tra le estati del 2014 e del 2015 fosse quella molto piovosa e quale quella particolarmente calda, dall’altra con estrema disinvoltura si racconta della nevicata tardiva di Milano dell’aprile del ’91 vista insieme al nonno, del freddo dell’inverno del ’67 vissuto in servizio militare, del caldo di fine agosto del 1988, trascorso a studiare per gli esami di riparazione, della coltre di neve di quel giorno di inizio dicembre del 2005, passato in attesa di mezzi pubblici che non sarebbero mai arrivati, con il badile in mano nel tentativo di crearsi un varco per uscire di casa, o leggendo di tutto questo su un quotidiano, invero non senza una certa soddisfazione, da una assolata spiaggia del Messico.

  

A metà strada tra un compito in classe dei tempi della scuola e un adrenalinico quiz televisivo, la tensione torna a crescere di fronte alla premessa all’ultima domanda dell’intervista: si tratta di un piccolo test di conoscenza meteorologica, stilato su quella che, per esperienza, è la mala informazione diffusa sull’argomento. “Non abbiate dunque paura di sbagliare e sentitevi del tutto liberi di colmare eventuali lacune con la vostra fantasia e immaginazione”. Facile a dirsi, meno a farsi perché la verità è che tutti, “interrogati” su qualcosa che non conosciamo, tendiamo a farci prendere da una sorta di riverenziale timidezza. Con un po’ di incoraggiamento, finalmente cicloni e anticicloni cominciano a prendere forma attraverso le parole degli intervistati: una forma vorticosa, portatrice, a seconda dei casi,  di tempo brutto o bello. Del perché esattamente queste masse d’aria ruotino nessuno sembra essersene mai preoccupato più di quel tanto; avranno i loro buoni motivi per farlo, in fondo. 

 

 

Concorde invece il pensiero sulla natura dei nubifragi: non tutti sanno che la definizione fa riferimento ad un’intensità di pioggia in un certo intervallo di tempo, ma a chiunque è chiaro che si tratti di un fenomeno precipitativo molto intenso, spesso portatore di danni e disagi. Il campione di intervistati non sarebbe però stato certamente rappresentativo dei tempi moderni se non vi fosse stato anche chi, posto di fronte al quesito, senza nascondere una certa perplessità, si fosse chiesto come mai nel 2016 ancora si faccia uso di termini tanto obsoleti in luogo di un ben più moderno e accattivante sinonimo: “il nubifragio è una ‘bomba d’acqua’”, dopotutto. E la burrasca? Bhè, se ad un ragazzino molto irrequieto di nome Gian, protagonista di un celebre romanzo di inizio ‘900, hanno attribuito questo soprannome, un motivo ci sarà. Le tante immagini di navi tra mari tempestosi e fari sugli scogli battuti dalle onde hanno fatto il resto. “E’ un fenomeno ventoso molto intenso, in genere associato anche a tuoni, fulmini, forti piogge e onde poderose, che si verifica sempre in mare”. L’immagine, dipinta nella mente dei miei intervistati, è talmente artistica e poetica che quasi spiace deluderli spiegando loro che in realtà si tratta “solo” di un livello molto alto della velocità del vento secondo la scala Beaufort e che qualche volta si può registrare persino in una cementata metropoli nel bel mezzo della Pianura Padana. 

 

L’intervista volge al termine. Ho abusato fin troppo della pazienza dei miei gentili volontari. Ringrazio della disponibilità e mi congedo, arricchita di tanti spunti e consapevolezze in più, dei quali solo quando ci si sofferma a chiedersi quanto e come di ciò che si racconta arrivi realmente ai nostri ascoltatori, si può fare tesoro.

 

Loro accennano un sorriso, si alzano, tirano un respiro di sollievo. E’ proprio vero in fondo che nella vita gli esami non finiscono mai.

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